REGGIO CALABRIA – A Roma, proseguono gli atti dell’operazione Propaggine, che hanno visto il gip del Tribunale capitolino spiccare 43 mandati di cattura (38 in carcere, arresti domiciliari per 5 persone).
Numerosi i reati ipotizzati: associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa e narcotraffico, estorsione aggravata e detenzione illegale d’armi, fittizia intestazione di beni e truffa aggravata ai danni dello Stato, peculato aggravato e reimpiego aggravato di somme di denaro di provenienza delittuosa, riciclaggio aggravato, favoreggiamento aggravato, e procurata inosservanza di pena.
Da sei anni a questa parte, le indagini svolte dalla Direzione investigativa antimafia col coordinamento della Dda di Roma hanno chiarito che nella Capitale era stato allestito un “distaccamento” della locale di Sinopoli volta all’acquisizione del controllo e della gestione d’attività economiche nei segmenti produttivi più svariati con successivo, sistematico ricorso alla “schermatura” di prestanome; alla perpetrazione di reati contro il patrimonio, contro la vita e la pubblica incolumità; all’affermazione dell’egemonia sul territorio – «in particolare nel settore della ristorazione, dei bar e della panificazione» – anche mediante alleanze con altri clan malavitose; all’ottenimento, in ogni modo, d’«ingiuste utilità».
Fino al settembre 2015, a quanto risulta dalle indagini svolte, una locale di ‘ndrangheta nella Capitale non esisteva. Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro sono stati poi chiamati a guidare la propaggine romana degli Alvaro-Penna direttamente dal Crimine (o Provincia: l’organo collegiale apicale della ‘ndrangheta).
Autorizzazione e diarchia Carzo-Alvaro sarebbero state entrambe decise dalla “casamadre” sinopolese.
E al di là della cappa oppressiva e della capacità intimidatoria tipiche d’ogni forma di criminalità organizzata, al di là degli stessi singoli reati – anche violenti – commessi, la cosa che colpisce è che la locale capitolina agiva mutuando pedissequamente «linguaggi, riti, doti, tipologia di reati tipici della criminalità della terra d’origine».
Nei fatti, avevano vita e agivano due sottogruppi, uno guidato da Alvaro e l’altro guidato da Carzo.
Quello capeggiato da Vincenzo Alvaro – composto da calabresi – era operativo su Roma almeno dal 2004-2005, risulta agli investigatori: col passare degli anni, gli altri nuclei criminali presenti sul territorio avevano imparato a conoscerne i metodi e a temerne la capacità criminale. La sua specializzazione era l’investimento d’ingentissime somme di denaro in attività commerciali intestate a prestanome.
Quanto a Carzo, in passato subì una condanna passata in giudicato a 13 anni di reclusione – in parte trascorsi in regime di carcere duro, il “41-bis” – per associazione mafiosa «con ruolo di direzione» e detenzione di un fucile Spass. Una volta scarcerato per fine pena, dal marzo 2014 si trasferì nella Capitale e proprio il suo arrivo a Roma, stando alle risultanze investigative, avrebbe determinato le condizioni ideali per la costituzione di una locale di ‘ndrangheta nella Capitale.
Questo “distaccamento” romano aveva il compito precipuo di reinvestire somme enormi ottenute tramite altre azioni criminose, anziché mirare al controllo del territorio; ma non disdegnava di compiere altre azioni delittuose, dalle estorsioni allo spaccio di droga.
Proprio per questo, sono stati messi a segno su disposizione del giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma 24 sequestri nei confronti di una lunga serie di società e imprese individuali di recentissima costituzione: peculiarità comune, l’intestazione fittizia a “teste di legno”.
Ma l’allargamento della locale romana ad altri settori produttivi – dalle autoconcessionarie alle sale biliardo fino ai coiffeur – rispetto a quelli inizialmente presi di mira era vorticoso e apparentemente inarrestabile.
Quanto al “troncone” investigativo di competenza della Dda di Roma, peraltro, sono stati raggiunti da misura cautelare anche due presunti appartenenti alla zona grigia: professionisti che si sarebbero posti al soldo dei clan.
Si tratta di un commercialista arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa e di un funzionario di banca finito ai domiciliari per favoreggiamento aggravato.
Come già posto in evidenza, la Dia ha agito col supporto della rete @ON e la Direzione distrettuale antimafia capitolina ha posto in essere un coordinamento investigativo con la Dda di Reggio Calabria, che ha ottenuto dal gip reggino l’arresto di ulteriori 34 soggetti.
Tuttora in corso perquisizioni domiciliari e presso le sedi di società e aziende oggetto d’intestazioni fittizie.